Le norme italiane che disciplinano le obbligazioni trovano il loro fondamento nel Libro IV del Codice Civile, che recepisce a sua volta un istituto proprio del diritto romano. Gli articoli 1173 e seguenti individuano le fonti delle obbligazioni, stabiliscono che la prestazione debba avere carattere patrimoniale, e fissano il principio della correttezza da ambo le parti. Le sezioni successive del Codice Civile procedono a chiarire le modalità di adempimento, le conseguenze in caso di mora o inadempimento, e i diversi modi di estinzione, come la novazione, la remissione, la compensazione e la confusione. Occorre comunque fare una distinzione tra la più generica obbligazione come intesa dal diritto italiano (ovvero, un rapporto giuridico che legittima un creditore a ottenere da un debitore una prestazione economicamente quantificabile) e un’obbligazione finanziaria. La disciplina specifica dei titoli di credito emessi da enti e società, infatti, è contenuta nel Libro V (“Del lavoro”), Titolo V, Capo V, Sezione VII del Codice Civile, agli articoli 2410 e seguenti. Qui sono stabiliti i limiti all’emissione delle obbligazioni, in misura non superiore al capitale versato ed esistente all’ultimo bilancio; viene specificato che ogni obbligazione deve contenere la denominazione, l’oggetto e la sede della società, oltre all’ammontare complessivo dei titoli di credito e il valore nominale di ciascuno di essi. L’articolo 2365, inoltre, stabilisce che l’emissione di obbligazioni avviene con delibera assembleare straordinaria. Le leggi italiane in materia partono da questa ampia trattazione, legiferando in modo tale da adeguare il complesso normativo al mutato scenario del credito. Il decreto legislativo 5 del 9 gennaio 2006, ad esempio, ha introdotto nuove disposizioni in tema di fallimento dell’ente emittente.