Le obbligazioni pecuniarie costituiscono una tipologia a sé stante di titoli di debito, disciplinata dagli articoli 1277 e seguenti del Codice Civile. Si tratta di obbligazioni che hanno ad oggetto una somma di denaro, per il cui rimborso si applica il principio nominalistico: l’importo da restituire, in altri termini, non deve essere calcolato in base al suo valore reale (ovvero, in ragione della quantità di beni che consente di acquistare) ma resta sempre invariato in termini assoluti. A titolo esemplificativo, dunque, un’obbligazione pecuniaria del valore di 1.000 euro e contratta cinque anni orsono, prevedrà sempre e comunque il rimborso di 1.000 euro, a prescindere dalla data di scadenza e dall’inflazione calcolata sul periodo. Lo stesso Codice Civile specifica espressamente che il debito deve essere estinto utilizzando la valuta con corso legale al momento del pagamento; se questa è cambiata dall’emissione dell’obbligazione alla sua scadenza (com’è possibile avvenga nel caso di contratti stipulati prima del passaggio dalla lira all’euro), è necessario calcolare il valore in modo da adattarsi alla nuova moneta, mantenendo invariato l’importo nominale e non quello reale. La giurisprudenza è tuttora divisa circa la classificazione delle obbligazioni pecuniarie: a seconda che si consideri il denaro come un bene in sé o soltanto come un valore-simbolo, queste ultime possono rientrare o meno nella fattispecie delle obbligazioni generiche. Parte della dottrina, poi, ritiene che alcune obbligazioni di valore – ovvero, titoli di debito il cui importo va determinare sulla base del reale potere d’acquisto generato – debbano essere incluse nella categoria delle obbligazioni pecuniarie, poiché hanno ad oggetto proprio una somma di denaro, sebbene su di essa non vada applicato il succitato principio nominalistico.