Come ogni investimento, anche l’acquisto di un’obbligazione comporta i suoi rischi. Si tratta pur sempre di rinunciare alla fruibilità immediata di un capitale presente in cambio di rendimenti futuri, garantiti esclusivamente dalle condizioni contrattuali pattuite e, quindi, dal diritto internazionale. Vi sono degli eventi che possono arrecare un considerevole danno economico al titolare di un’obbligazione e contro i quali la tutela della legge può poco o niente. La prima criticità è data dal cosiddetto “rischio emittente”, inteso come probabilità che l’ente debitore non sia in grado di restituire il capitale o gli interessi pattuiti. L’inadempimento di un’obbligazione può essere assoluto, qualora il debitore non corrisponda il dovuto al titolare, o moratorio, quando vi è un ritardo nei pagamenti. Ci si può in parte tutelare selezionando accuratamente obbligazioni di società solide e provviste di un buon livello di rating. Azzerare il rischio emittente, tuttavia, è impossibile, poiché non vi è mai la matematica certezza che, nel corso degli anni, non si verifichino rovesci di mercato o vicende legali e politiche che compromettano la solvibilità dell’obbligazione. Gli scandali finanziari legati ai bond argentini, Cirio e Parmalat costituiscono a tutt’oggi un temibile monito per chiunque sottovaluti questo pericolo. Un secondo fattore di rischio è dato dalla variabilità dei tassi di interesse ufficiali che, soprattutto nel lungo periodo, può influenzare in positivo o in negativo la quotazione di un’obbligazione e, quindi, il suo rendimento in caso di vendita anticipata rispetto alla scadenza. Vi è infine una terza condizione che può costituire un rischio, ma solo per i titolari di obbligazioni in valuta estera: le oscillazioni del tasso di cambio, infatti, possono far diminuire (o aumentare, nel migliore dei casi) tanto il valore dell’obbligazione, quanto il suo rendimento reale.